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I terrazzamenti liguri: fatica e paesaggio

Aggiornamento: 21 ago 2025

Le colline della Liguria appaiono come un susseguirsi di gradoni verdi affacciati sul mare, scanditi da infiniti muretti a secco. Si tratta dei terrazzamenti liguri, uno degli esempi più affascinanti di interazione tra uomo e natura: da secoli l’uomo modella versanti scoscesi in un paesaggio unico. Queste terrazze, frutto del lavoro instancabile di generazioni di contadini, regalano panorami mozzafiato tra monti e mare e al contempo testimoniano una cultura contadina resiliente, capace di resistere al passare del tempo. Ogni muro, ogni fazzoletto di terra strappato alla montagna racconta di sudore e ingegno, di una fatica antica che ha saputo trasformare un territorio difficile in uno scenario di straordinaria bellezza.

terrazzamenti, in Liguria chiamati localmente “fasce” o “piane”, ricoprono gran parte del territorio: si stima che circa il 60% dell’intera regione sia terrazzato, con oltre 40.000 km di muretti a secco a sostegno – una lunghezza persino superiore a quella della Grande Muraglia Cinese. Milioni di tonnellate di pietre sono state estratte dai pendii e impilate per formare minuscole porzioni coltivabili: un monumento imponente alla fatica plurisecolare dei liguri. Queste “scale” di pietra compaiono già a pochi metri sul livello del mare, intorno ai borghi costieri, e risalgono le colline e montagne plasmando gli acclivi. L’effetto è un paesaggio terrazzato onnipresente in Liguria, immediatamente riconoscibile e profondamente identitario.



Origini antiche di una necessità


Fin dall’epoca romana si trovano tracce di terrazzamenti in Liguria, ma è soprattutto nel Medioevo che questa pratica si diffonde capillarmente. In una regione stretta tra montagne ripide e il mare, la terra coltivabile era scarsa e preziosa. La necessità ha spinto le comunità agricole a ingegnarsi: per sopravvivere bisognava sfruttare ogni pendio disponibile. Così, i contadini hanno letteralmente creato terra dove non c’era, trasformando versanti scoscesi in superfici piane coltivabili. Metro dopo metro, hanno costruito terrazze sostenute da muri a secco, guadagnando al lavoro agricolo anche le aree più impervie.

Questa soluzione ingegnosa rispondeva alla crescita demografica e al bisogno di cibo: durante il Medioevo, con l’aumento della popolazione, aumentò anche la domanda di risorse agricole. I terrazzamenti divennero la risposta, espandendo la superficie coltivabile e garantendo la sopravvivenza delle comunità. Ogni terrazza era un investimento di sudore: eliminare la vegetazione, dissodare il terreno, trasportare sassi e terra a mano per costruire gradoni. Il risultato di tanta fatica è stato un capolavoro di ingegneria rurale diffuso dai monti fino al mare.


Perché creare le terrazze?


Di fronte a pendii così ripidi, i terrazzamenti offrivano vantaggi concreti per l’agricoltura ligure:

  • Sfruttare ogni spazio: con le terrazze si trasformano pendii scoscesi in superfici piane coltivabili, ottimizzando un territorio altrimenti inutilizzabile.

  • Prevenire erosione e frane: i muretti a secco trattengono il terreno e regolano il deflusso dell’acqua piovana, contribuendo a prevenire smottamenti e dissesti.

  • Conservare l’acqua: la struttura terrazzata favorisce l’accumulo di pioggia nel suolo, fondamentale in una regione dove l’acqua è una risorsa limitata.

In breve, le terrazze non solo ampliavano le terre coltivabili, ma rendevano anche più sicuri i versanti e più produttivo un ambiente difficile.



Muretti a secco: ingegno e sudore


L’anima dei terrazzamenti liguri sono i loro muretti a secco, opere d’arte di edilizia rurale realizzate pietra su pietra, senza cemento. Ogni singola pietra è stata posizionata a mano, spesso dopo essere stata trasportata su sentieri ripidi e scoscesi. Ci vuole abilità e conoscenza del territorio per costruire un buon muro a secco: le pietre vanno scelte e incastrate con cura, creando strutture stabili e durature. Questo antico metodo costruttivo, tramandato attraverso le generazioni, ha ottenuto un prestigioso riconoscimento internazionale: l’UNESCO ha inserito l’arte dei muretti a secco tra i Patrimoni Culturali Immateriali dell’Umanità. Si tratta di un riconoscimento alla sapienza contadina e alla sua importanza nel plasmare il paesaggio.

Oltre ad essere testimonianza di ingegno, i muretti a secco svolgono funzioni fondamentali. Senza usare malte né leganti, essi sono abbastanza flessibili da assestarsi con il terreno, ma sufficientemente robusti da reggere terra e coltivazioni per secoli, se ben mantenuti. Le fessure tra le pietre permettono all’acqua piovana di filtrare anziché creare ruscelli distruttivi: in questo modo i muri drenano l’acqua e riducono l’erosione del suolo. Integrati perfettamente nell’ambiente, questi muri “respirano” con la montagna, evitando che la pioggia porti via la terra e contenendo la naturale fragilità dei pendii liguri.

Non stupisce che i contadini abbiano speso tanta cura per edificare e riparare costantemente questi muri: dalle loro condizioni dipendeva la sopravvivenza dei campi e la stabilità dei versanti. I benefici dei muretti a secco sono dunque molteplici e tutti preziosi per il territorio ligure: duratasostenibilità (sono costruiti con soli materiali naturali) e armonia paesaggistica, poiché i muri di pietra si fondono con il paesaggio senza deturparlo.



I frutti delle terrazze: un’agricoltura “eroica”


Quello dei terrazzamenti liguri è spesso definito un caso di agricoltura eroica: coltivare su questi ripidi gradoni ha richiesto e richiede tuttora coraggio, tenacia e tanto lavoro manuale. Eppure, dai minuscoli appezzamenti ricavati sui muretti nascono prodotti di eccellenza che caratterizzano la Liguria, sia in termini economici che culturali.


Vigneti tra cielo e mare

Su queste terrazze sospese tra cielo e mare attecchiscono vigneti straordinari. La viticoltura ligure, costretta su lembi di terra ardui da raggiungere, ha prodotto vini rinomati e unici al mondo. I filari di vite si arrampicano sui muretti a secco, baciati dal sole e accarezzati dalla brezza marina: condizioni microclimatiche speciali che regalano uve di alta qualità. Nascono così vini pregiati, in quantità limitate ma dal carattere distintivo. Tra i più noti vi sono il Cinque Terre DOC(che include il celebre Sciacchetrà passito), il Vermentino e il Rossese di Dolceacqua, tutti vini liguri apprezzati anche oltre confine. Ogni vendemmia su questi pendii è una sfida: in passato l’uva veniva raccolta e trasportata a spalla lungo scalinate infinite, e ancora oggi gran parte del lavoro deve essere svolto manualmente data l’impossibilità di meccanizzare le operazioni. Non a caso, un autorevole enologo come Luigi Veronelli definì i vignaioli delle Cinque Terre “angeli matti” per la passione con cui salvaguardano un territorio tanto splendido quanto fragile.


Uliveti e olio d’oliva di pregio

Accanto alla vite, l’altra coltura simbolo delle fasce liguri è l’ulivo. Gli uliveti terrazzati disegnano geometrie argentee sui colli, e dalla loro spremitura si ricava uno degli oli extravergine d’oliva più delicati e profumati d’Italia. La coltivazione dell’ulivo in Liguria si è diffusa soprattutto a partire dal Settecento, divenendo dominante nel Ponente ligure (Imperia e dintorni) dove il clima e il terreno si sono rivelati ideali. Proprio qui, nell’estremo ponente, nasce la rinomata cultivar Taggiasca, varietà di oliva simbolo della regione. Le olive Taggiasche prosperano sui terrazzamenti assolati affacciati sul mare e vengono raccolte rigorosamente a mano su queste fasce scoscese. Il risultato è un olio extravergine dal gusto fine ed equilibrato, considerato un vero ambasciatore della Liguria nel mondo.

Coltivare gli ulivi sulle terrazze è un lavoro senza tempo: gli alberi, spesso secolari, richiedono potature attente, e nel periodo della raccolta (l’autunno) le reti devono essere stese sui muretti e le olive bacchiate a una a una, come si faceva una volta. È un metodo lento e faticoso, ma necessario: le macchine difficilmente riescono ad operare in questi contesti. Tuttavia, la qualità ripaga lo sforzo. L’olio ligure, dal fruttato leggero, e le olive in salamoia arricchiscono i piatti tipici – dal pesto genovese alle focacce – e portano con sé il sapore autentico di questa terra terrazzata.

Vale la pena ricordare che non solo vigna e ulivo trovano spazio sui terrazzamenti. Storicamente, nelle fasce più basse vicine ai borghi si coltivavano ortaggi e piante aromatiche (rinomato è il basilico genovese DOP per il pesto), mentre più in alto vi erano frutteti di fichi, mele, peri e persino castagneti alle quote superiori. Ogni fascia aveva il suo microcosmo agricolo, un equilibrio tra altitudine, esposizione e bisogni della comunità locale.


La fatica di ieri e di oggi: tutela di un paesaggio unico


I terrazzamenti liguri non sono solo una cartolina del passato: rappresentano una sfida attuale per la conservazione del territorio. Se da un lato queste strutture parlano di fatica antica, dall’altro richiedono continua cura nel presente. Purtroppo, con il cambiare dei tempi, molti terrazzamenti sono stati abbandonati: a partire dal Novecento, l’industrializzazione e il richiamo di lavori meno gravosi hanno spinto tanti contadini a lasciare le campagne scoscese per cercare fortuna altrove. Coltivare sulle fasce, con margini di guadagno ridotti e fatica assicurata, non era più sostenibile di fronte al lavoro in fabbrica, che garantiva un reddito più stabile. Il risultato di questo esodo è visibile oggi nelle colline incolte dove la macchia mediterranea e il bosco si stanno riprendendo quegli spazi un tempo strappati alla natura. Emblematico è il caso delle Cinque Terre: si calcola che fino alla prima metà del Novecento vi fossero circa 2000 ettari di terrazzamenti coltivati in quei borghi costieri, mentre oggi ne restano appena circa 400 ettari, con il resto delle vecchie fasce ormai riconquistato dalla vegetazione.

L’abbandono dei terrazzamenti non è solo una perdita culturale o estetica, ma comporta gravi rischi ambientali. Senza la costante manutenzione dell’uomo, i muretti a secco inevitabilmente si indeboliscono: le pietre smettono di essere aggiustate o sostituite, le canalette di scolo si otturano, le piante infestanti disgregano le strutture. Col tempo, il muro può deformarsi e crollare, e il terreno che conteneva viene dilavato dalla pioggia, scivolando a valle. Questo processo incrementa il pericolo di frane e alluvioni, potendo compromettere interi versanti. In altre parole, “l’abbandono dei terrazzamenti diventa a tutti gli effetti una componente del dissesto idrogeologico”. I dati e gli esperti confermano che dove un tempo la mano dell’uomo conteneva la montagna, ora c’è maggiore vulnerabilità a smottamenti e allagamenti.

Per fortuna, cresce anche la consapevolezza dell’importanza di preservare questo patrimonio. I muretti a secco stessi – oltre ad essere riconosciuti dall’UNESCO – sono al centro di iniziative di recupero, sia da parte di comunità locali che di enti pubblici. Ad esempio, progetti mirati hanno avviato la ristrutturazione di terrazzamenti in zone critiche (come a Monesteroli nelle Cinque Terre) unendo tecniche tradizionali e innovazione. Inoltre, alcune amministrazioni e parchi stanno incentivando il ritorno alla coltivazione di fasce abbandonate, offrendo terreni in comodato d’uso o sostegni a chi voglia intraprendere questo duro mestiere. Questi sforzi non sono solo romantici: mantenere vive le terrazze significa proteggere il territorio e le comunità che vi abitano, evitando che la montagna frani a valle.

Va anche sottolineato il ruolo di quei “contadini eroici” che non hanno mai abbandonato del tutto le fasce. Oggi sono pochi, ma coltivano vigne e uliveti con la stessa passione dei loro avi, puntando tutto sulla qualità in un mondo dominato dalla quantità. Grazie a loro, possiamo ancora assaggiare un vino Sciacchetrà o un olio taggiasco sapendo che dietro ogni bottiglia ci sono mani esperte e schiene piegate sotto cesti, c’è un sapere antico e una dedizione fuori dal comune. La loro opera instancabile è custode sia del paesaggio che del gusto ligure autentico.


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In conclusione, i terrazzamenti liguri rappresentano un connubio inscindibile di fatica e paesaggio. Senza la fatica dell’uomo, quel paesaggio non esisterebbe; e senza la bellezza di quel paesaggio, tanta fatica forse non sarebbe giustificata. Conservare le fasce, riparare un muretto a secco, tornare a coltivare una vigna sul crinale significa onorare la storia e proteggere il futuro: vuol dire mantenere vivo un equilibrio secolare tra l’uomo e la sua terra. Le terrazze liguri ci ricordano che anche gli atti umani più umili – portare una pietra, zappare un piccolo orto sospeso sul mare – possono dare forma a panorami grandiosi e garantire vita e identità a un territorio. Prendersi cura di questo patrimonio è un dovere verso la memoria dei nostri antenati e un investimento per le nuove generazioni, affinché possano ancora ammirare e vivere un paesaggio unico al mondo, scolpito dalla fatica e dall’amore per la propria terra.

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